BORIS PASTERNAK: PENSIERI SULL’ITALIA

“Mi erano rimasti pochi spiccioli destinati alla vita e allo studio in Germania. Grazie a questo residuo me ne sono andato in Italia”. 

Leonid Pasternak “Ritratto di Boris Pasternak sul Mar Baltico”, frammento 1910

Nell’archivio del pianista russo Heinrich Neuhaus (1888- 1964) si conserva un appunto dal suo diario in merito ad una esibizione di Pasternak nel 1930: “Pasternak leggeva i suoi versi con uno slancio inusuale, la sua voce rimbombava come un uragano in un bosco. Dopo l’esibizione ci fu il dibattito, parecchio critico. E all’improvviso – si alzò un uomo, apparentemente un semplice lavoratore, d’aspetto colto che disse: “Ma cosa c’è da discutere, bene o male, autentico o non autentico, sono tutte stupidaggini: Pasternak è un vulcano, forse si può dire al Vesuvio: comportati diversamente – allora non ne verrà fuori nulla – è fuoco fumante – e questo è tutto”.

Teniamo a mente questo inaspettato paragone del poeta col Vesuvio: risuonerà nei versi e nel comportamento dello stesso Boris Leonidovič Pasternak. 

Natalja Mandel’štam “Fantasie sul tema della “Divina commedia”.

Le immagini dell’Italia, la sua arte, la sua poesia erano particolarmente attrattive per i poeti russi del Secolo d’Argento: l’Italia veniva da loro recepita come un’altra patria culturale, più esattamente – una pre-patria poetica. Dante diventava non un simbolo, addirittura non l’eccelso poeta di un’altra letteratura ma il Grande Poeta e il fatto che egli scrivesse in italiano non costituiva un ostacolo per la comprensione e persino per l’affinità. Fino al 1917 Dante fu per i poeti russi l’ideale della viva bellezza parlante. In seguito – un rifugio salvifico. Il “Discorso su Dante” di Osip Mandel’štam è una riflessione sulla poesia in quanto tale: “Dante – scrive Mandel’štam- è il più grande padrone e amministratore…il più grande direttore dell’arte europea”. “Ho formulato tutte le mie riflessioni sull’arte nei versi, benedetti dal grande nome” – questa citazione viene dal discorso “Parole su Dante”, pronunciato da Anna Achmatova al teatro Bol’šoj in occasione del giubileo dantesco; “Tutta la mia vita cosciente è trascorsa sotto lo splendore di questo eccelso nome”. La stessa Musa giunse all’Achmatova come inviata da Dante: “Forse hai dettato tu a Dante/le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”. 

Ciascuno dei grandi poeti russi, da Puškin a Brodskij, ha una sua storia italiana.

Puškin – immagini italiane stereotipate (in assenza di impressioni personali).

Blok – una particolare affinità con i paesaggi italiani, la commedia dell’arte…

Iosif Brodskij – i versi, “Le fondamenta degli incurabili”, una storia d’amore e non una sola.

Boris Pasternak, ad un primo sguardo, non ha molte correlazioni con l’Italia. Ma questo solo ad un primo sguardo.

“L’Italia aveva cristallizzato per me quello che respiriamo inconsapevolmente dalla culla”.

I soggetti italiani, gli incontri italiani penetrano non tanto l’arte quanto la vita. Il finale della sua esistenza si compì in modo drammatico – molto grazie all’interferenza del destino nella persona del giornalista italiano, collaboratore per gli affari esteri di una radio moscovita, Sergio D’Angelo e al contempo dell’agente letterario Giangiacomo Feltrinelli. Quando Sergio D’Angelo lasciò Peredelkino, Pasternak, congedandosi da lui, disse: “Voi mi avete invitato a guardare in faccia la mia decapitazione.” Il poeta previde in una parola il suo destino (sorprende il puntuale richiamo al titolo del romanzo di Vladimir Nabokov “Invito a una decapitazione”).

Come è noto, la prima edizione si ebbe non nella lingua originale, non in russo ma in italiano nella traduzione di Pietro Zveteremich. Precedette l’edizione in italiano la storia “cospirativa” della corrispondenza ufficiale di Pasternak con Feltrinelli (richiesta dall’Unione degli scrittori) e le comunicazioni non ufficiali che Pasternak aveva inviato in Italia a Feltrinelli e al suo traduttore tramite i suoi sostenitori stranieri. “Mi rende felice il fatto che il romanzo sarà pubblicato da Voi – scriveva Pasternak a Feltrinelli il 30 giugno del 1956, nel giorno in cui avevano firmato l’accordo – e che lo leggeranno…Buon lavoro, accingetevi liberamente alla sua traduzione e alla sua pubblicazione a tempo debito! Le idee nascono non per essere nascoste o perché imperversino dentro sé stessi ma perché vengano diffuse”. 

Monumento a P. Zveteremich all’Università di Messina
Monumento a B. Pasternak all’Università di Messina

La prima edizione de “Il dottor Živago” attirò su Pasternak l’attenzione del mondo intero. Dall’Italia giunsero al comitato svedese del premio Nobel un’insistente proposta di nomina, il libro stesso e reazioni varie. Cito la lettera di menzione, inviata al comitato del Nobel dal professore di Harvard (emigrato dal fascismo italiano) Renato Poggioli: “Con questa lettera vi segnalo lo scrittore russo Boris Pasternak…Negli ultimi anni ha scritto un corposo romanzo “Il dottor Živago”, uscito al momento solo in traduzione italiana (Milano, 1958). Il romanzo, simile a “Guerra e pace” di Tolstoj – può essere definito a ragione un capolavoro in prosa, mai realizzato nella Russia sovietica, dove forse non sarà pubblicato…Io credo che poche persone al mondo possano oggi competere con questo candidato”. 

Pasternak legge il telegramma del conferimento del Nobel (Peredelkino – 1958)
Time Magazine, 15 dicembre 1958

L’edizione “pirata” del romanzo in lingua russa in Olanda, le traduzioni in altre lingue, l’assegnazione del premio Nobel il 28 ottobre del 1958, la persecuzione di Pasternak in patria e l’estorta rinuncia del premio furono la conseguenza della sua prima libera edizione milanese. E Pasternak pagò con la sua vita per la libertà manifestata e per l’indipendenza: ben presto, dopo lo scandalo del premio Nobel e la condanna civile (pubbliche offese da parte del potere, di scrittori burocrati e non solo burocrati ma anche dei suoi amici, colleghi, addirittura di quelli che lo chiamavano maestro), egli morì il 30 maggio del 1960 di un cancro galoppante.

Non solo la fine ma anche l’inizio della vita artistica del poeta è legata all’Italia.

Per il suo primo viaggio da studente in Europa la madre gli fornì mezzi poco sostanziosi. All’inizio passò il semestre estivo di filosofia in Germania, nell’Università di Magdeburgo, successivamente, quella stessa estate, si concretizzò il viaggio in Italia che lasciò fortissime impressioni sulla produzione e sulla concezione del mondo del giovane poeta, allora appena agli esordi. Le prime città italiane che vide furono Venezia e Firenze. 

Al suo arrivo, l’impatto con Venezia avvenne di notte. Le iniziali impressioni del ventiduenne Pasternak, stanco morto per il viaggio, sono sgradevoli, respingenti: “una galleria galleggiante su una cloaca”, “intestino cieco”, “qualcosa di malignamente oscuro, come una sbobba, e toccato da due-tre bagliori di stelle”. A poco a poco il poeta riacquista la vista, riprendendosi nel fisico e nell’animo: ”Nessuna parola può rendere la comprensione sui tappeti di marmo colorato, che cadono a strapiombo nella laguna di notte come nell’arena di un torneo medievale” – questo sulle dimore signorili sul Canal Grande; e solo successivamente avverte: “…e questo mi sembrava la felicità. E ho avuto la fortuna di sapere che si può giorno dopo giorno andare ad un appuntamento con un pezzo di spazio edificato come con una persona viva”. Questo è stato scritto sedici anni dopo.

“Da qualsiasi parte si vada in piazza, in qualsiasi accesso, avverti l’attimo in cui il respiro accelera e, allungando il passo, le gambe da sole iniziano a portartici incontro… Venezia – una città abitata da edifici – i quattro sopracitati e ancora qualcun altro simile. In questa affermazione non c’è figuratività. La parola, detta in pietra dagli architetti, è talmente elevata che nessuna retorica può giungere alla sua altezza. Inoltre, come da conchiglie, è ricoperta dalle secolari emozioni dei viaggiatori. Il crescente entusiasmo ha portato via da Venezia l’ultima traccia di declamazione. Non sono rimasti posti liberi nei palazzi vuoti. Tutto è occupato dalla bellezza”.

Nel saggio sopracitato “Il salvacondotto”, scritto alla fine degli anni ’20, Pasternak ricorda la sua breve permanenza a Venezia nell’agosto del 1912 e scrive che per due volte aveva provato ad esprimere in versi le sue impressioni. 

Ci sono due varianti della poesia “Venezia”, una del 1913 e una del 1928. Nella prima, sveglia l’eroe lirico la musica, un accordo di chitarra; nella seconda il grido di una donna. Sottolineo che quasi tutti i poeti hanno “celebrato” Venezia nei propri versi con estasi visive e soltanto Pasternak, paragonando frettolosamente l’architettonica della città ad una “ciambella sgonfia”, incardina l’impressione ad un’immagine musicale (acustica), a suoni misteriosi – un giro di chitarra, un pizzicato, il suono di un mandolino, il grido di una donna offesa, l’eco smorzato delle campane, il tintinnio dei vetri di una finestra.

Venezia non poteva non risvegliare la sua autentica emozione ma egli preferì rompere lo stereotipo, distruggere la banale similitudine. Per confrontare: completamente diversa si staglia l’immagine magica di Venezia nei versi dello stesso periodo, che appartengono alla penna del famoso traduttore Sergej Scervinskij, che non li pubblicò fino agli anni ’80:

                                  Era un maggio benefico, quando

                                       sotto lo sguardo delle stelle 

                                 navigavo nelle gondole

                                                libero, solitario.

                                  Scivolavano i rami delle rose da dietro

                                           l’alta parete

                                  e ombre bianche attraversavano di corsa

                                            il ponte.   

Boris Pasternak “Olja” 1903 (Olga Freidenberg)

Perché Pasternak lasciò all’improvviso gli studi di filosofia in Germania e, ascoltando una voce interiore, si precipitò in Italia (in quel periodo i suoi genitori viaggiavano per l’Italia e si trovavano a Pisa dove si diresse anche lui, fermandosi a Marina di Pisa)? Allora, secondo quanto ricorda nelle memorie sua cugina pietroburghese Olga Freidenberg (la corrispondenza abbraccia mezzo secolo e documenta aspetti personali della loro vita), Pasternak “viveva una grande crescita spirituale” e si sceglieva un destino. Chi diventare? Un filosofo, un poeta, un compositore? (In successivi commenti la sorella Lidia Pasternak Slater scrisse che la poesia di Boris Pasternak era erede della pittura e della musica, egli semplicemente scelse uno strumento musicale diverso). “Di sera la nera notte italiana si riempiva di una musica meravigliosa– era lui che improvvisava”. A Pisa insieme ad Olga osservava la Cattedrale, la Torre pendente, “studiando tutti i particolari della Cattedrale, tutte le figure dei bassorilievi, tutti i cornicioni e i portali”.

Nel saggio del 1956 “Le persone e le situazioni” (“Il dottor Živago” era già terminato e consegnato a Feltrinelli) Pasternak scrive: “Ho visto Venezia rosa mattone e verde acquamarina come i sassolini trasparenti portati sulla riva dal mare, ho visitato Firenze oscura, stretta, snella – una vivente estrazione dalle terzine dantesche” (una rara menzione di Dante da parte di Pasternak). Contemplando l’Italia, scelse definitivamente la poesia.

Nelle prove giovanili in prosa, nelle bozze dei suoi racconti Pasternak cerca un nome inventato per il suo personaggio, un alter ego dell’autore (nello stesso modo cercherà il nome del protagonista de “Il dottor Živago”). Questo personaggio è un giovane compositore che vive a tutta evidenza ora in Germania, ora in Italia, ora a Mosca, che porta un cognome italiano: Reliquimini.

Nelle prove della prosa giovanile (“materiali” come le chiamava egli stesso) e ne “Il tratto di Apelle” dove si descrive una gara letteraria che prende vita tra Reliquimini e Heinrich Heine (Enrico), a giudicare dai nomi e dai cognomi l’insieme dei personaggi è cosmopolita (Makedonskij, Taglioni, Berg, Vurt, Angelica, Camilla, Saška etc.). Qua Reliquimini non appare solo nel paesaggio cittadino italiano (Pisa, Ferrara, l’albergo Torquato Tasso, il giornale La voce, lire etc.) ma anche in quello moscovita (“Carretti antelucani correvano lungo la giovinezza di Reliquimini il cui trattenuto insonne sbadiglio incontrava la fredda capitale profumata che cedeva il passo  allo scampanellio e all’arrivo delle ruote frenetiche”) e addirittura nel paesaggio boschivo russo (“Reliquimini entra nel bosco, quello che da lontano sembrava così impenetrabile e immobile, ora è umida, sotterranea, rattoppata, sorda semioscurità sulle amaniti”).

Queste bozze (“materiali”) compongono gli studi prosastici, uno dei quali Pasternak chiamò “La morte di [Pourvit] Reliquimini”. Pour vie significa per la vita, in nome della vita. Il frammento è datato 1912 e la morte di Pourvit Reliquimini grosso modo riecheggia la morte nel tram di Jurij Živago (annotazione nei commenti di Evgenij Pasternak e Evgenija Pasternak Lourie, rispettivamente figlio e prima moglie del poeta): “Nel tram piangeva e strepitava un bambino… Reliquimini non vedeva niente – aveva una strana sensazione nell’animo, capì che era arrivata la risacca, che il futuro  era del tutto dissanguato; all’improvviso si sentì gelare per questa vita che, come un negativo, aveva ricoperto il passato bianco con tratti neri”. E anche il significato del nome Pourvit corrisponde a Živago (dal russo antico vivente, NdT).

“Il salvocondotto” è completamente intriso di cultura italiana – dai canali notturni di Venezia fino alle piazze cittadine di Firenze. Pasternak non soltanto ammira l’Italia, scopre dal vivo quello che conosceva già dagli album artistici del padre pittore: “Conoscevo dalle riproduzioni sin dall’infanzia il sapore delle sue calde sorgenti […]. Ma bisognava andare laddove esse prendevano origine per vedere, diversamente dai quadri, la vera pittura come una dorata palude, come uno dei gorghi primari dell’attività artistica”.

Sedici anni dopo il viaggio in Italia le sue impressioni non si offuscarono, rimasero nitide e fresche. Tuttavia il contesto dei suoi ricordi è singolare. Ormai era cambiato non tanto il suo mondo interiore, essenzialmente era cambiato il suo paese. Non c’era più la Russia prerivoluzionaria né la pacifica Europa ante prima guerra mondiale. Si dissipò “l’incredibile arte russa degli ultimi dieci anni dell’anteguerra”, quel Secolo d’Argento che Pasternak considerava prosecuzione del paradigma culturale puškiniano. Ormai sono “gli anni del tramonto dei destini, della stanchezza e della decadenza”: l’URSS fine anni ‘20 “quando ci sommerse la liquida tundra e la prolungata tintinnante pioggerellina dello stato ci tartassò l’anima”. La vita scorre nella morsa “del terribile sistema che stringe e sottomette a sé l’anima viva, facendola diventare proprietà del sistema ancor più odioso della servitù della gleba” (dalla lettera del 17 aprile 1959 a Jacqueline de Proyart, slavista e traduttrice francese). Morivano amici e conoscenti. Si suicida Majakovskij con un colpo al cuore. Nei versi scritti in morte del poeta, Pasternak paragona questo colpo di pistola a un vulcano attivo: “Il tuo colpo è simile all’Etna/con vigliacchi e vigliacche ai suoi piedi”.

Dell’incupirsi dell’atmosfera delle denunce e dei tradimenti (“tramonto dei destini”) Pasternak parla indirettamente, raccontando della Bocca di Leone a Venezia, dove un delatore poteva imbucare la sua denuncia. Il denunciato poteva scomparire per sempre (o per un quarto di secolo, come Varlam Šalamov spedito ai lavori forzati e ai lager): “Ovunque musi di leoni, ovunque si intravedono fauci di leoni che s’intromettono nell’intimità, che tutto annusano, che in segreto inghiottono nelle loro tane una vita dopo l’altra”. Pasternak alla fine degli anni ’20 non poteva parlare apertamente delle denunce, dei lager, della censura – scrive di tutto ciò attraverso l’immagine della “buca delle denunce segrete” sulla Scala dei Censori – la fessura recava, esteriormente scolpita, l’immagine di un leone e le persone, menzionate nelle denunce, “sprofondavano misteriosamente nella fessura meravigliosamente scolpita”.

Nello stesso periodo in cui Pasternak lavorava a “Il salvacondotto” si verificò un cambiamento nella sua vita privata – una appassionata storia d’amore, il divorzio dalla Lourie e le nozze con Zinaida Neugaus, italiana da parte di madre. Pasternak nelle lettere ai genitori comunicava loro i cambiamenti nella sua vita famigliare, sottolineando con orgoglio la “bellezza italiana” della sua seconda moglie.

Tali origini non influirono minimamente sulle convinzioni di Zinaida Nikolaevna. Nelle sue “Memorie” Nadežda Mandel’stam cita questa sua affermazione: ”I miei ragazzi amano Stalin più di tutti e solo dopo vengo io”. Si sa che era estremamente preoccupata del fatto che Pasternak avesse permesso che il manoscritto de “Il dottor Živago” fosse pubblicato in Italia, che non era contenta dell’assegnazione del premio Nobel e che alla domanda diretta di Pasternak, se in caso d’esilio fosse pronta a seguirlo all’estero, aveva risposto negativamente.

Zinaida e Boris Pasternak con il figlio Leonid (Peredelkino -1948)

La Russia, ex URSS, è un paese in cui i poeti e gli incontri rivestono un senso provvidenziale e singolari conseguenze mondiali.

Così l’Achmatova era convinta che il suo incontro e la conversazione notturna, prolungatisi per ore con Isaiah Berlin a Leningrado nell’autunno del 1945, avessero dato inizio alla guerra fredda (“Che, la nostra monachella riceve la notte le spie?”- sembra avesse detto Stalin quando gli riferirono della visita).

L’affaire Pasternak”, che iniziò con la visita di D’Angelo e l’edizione da parte della Feltrinelli de “Il dottor Živago”, influì non solo sul suo destino ma anche sulla politica culturale sovietica (il così detto disgelo) e sulla storia dell’URSS in generale. Fece aprire gli occhi all’intellighenzia di sinistra in Italia, Francia e Svizzera. Marcò un nuovo periodo nei rapporti della politica mondiale – il periodo dell’inasprimento della guerra fredda. “L’accanimento nei confronti di Pasternak è ancor peggio di quanto accaduto a Praga e a Budapest” scriveva in un suo articolo Arrigo Benedetti sul settimanale romano “L’espresso” il 9 novembre del 1958 (in Italia nel 1958 sui quotidiani, sui settimanali, sulle riviste comparvero numerosi articoli su “Il dottor Živago” grazie ai quali si sviluppò un ampio dibattito). Ma, a fronte di tutte le dure prove cui era stata sottoposta in patria, l’opera di Pasternak, che aveva attirato l’attenzione internazionale su di lui e su tutta l’URSS, si trasformò in un solido ponte che unì a metà del ventesimo secolo due culture: quella russa e quella italiana.

Sergio D’Angelo

E, infine, l’Italia viene menzionata da Pasternak per l’ultima volta nella lettera al professore inglese John Harris (sei lettere a lui indirizzate furono pubblicate dalla Scottish Slavonic Review, 1984, n. 3 – la traduzione in russo, su gentile concessione di Elena Vladimirovna Pasternak appare in un numero di quest’anno nella rivista “Znamja”). Avendo avvertito al tempo della sua persecuzione in patria il forte sostegno da parte dei suoi corrispondenti esteri e, per questo profondamente grato, fece recapitare a Harris tramite la de Pruyar 5 mila dollari – dono per un viaggio. Colpito da questo gesto generoso, Harris gli chiese dove consigliava a lui e alla moglie, di fare il viaggio: a Mosca o a Roma? La risposta di Pasternak del 14 agosto del 1959 fu: “Andate e Roma, caro amico, e non pensate a nessun altro viaggio”. Questa fu l’ultima raccomandazione di Pasternak al suo amico.

Natalija Borisovna Ivanova – “Nezavisimaja gazeta”, 27 luglio 2015

Nataljia Borisovna Ivanova è un critico letterario, viceredattore della rivista “Znamja”, presidente della commissione del premio di poesia russo – italiano “Bella”.

VENEZIA

Fui risvegliato al mattino presto

dallo scatto del vetro di una finestra.

Come una ciambella di pietra inzuppata

Venezia galleggiava sull’acqua.

u

Tutto era silenzioso ma, tuttavia,

nel sogno ho udito un grido che,

a somiglianza di un segno tacitato,

ancora turbava il cielo.

u

Stava appeso come il tridente dello Scorpione

sulla levigatezza di silenziosi mandolini

e da una donna offesa

forse era stato in lontananza emesso.

u

Ora si è zittito e come una nera forchetta

sporgeva col manico nell’oscurità.

Il Canal Grande con un sorriso sghembo

si guardava intorno come un fuggitivo.

u

Là, fameliche, opponendosi,

andavano le onde, bighellonando per l’angoscia,

e le gondole rompevano gli ormeggi

affilando le daghe sulla banchina.

u

Lontano oltre la rimessa delle barche

nei resti del sogno nasceva la realtà.

Venezia come una Veneziana

si è gettata a nuoto dalle fondamenta.

Boris Pasternak – 1913

3 Comments

  • ant.sagredo@gmail.com

    Perché dunque non un monumento anche ad Angelo Maria Ripelino, a Palermo o a Roma?.
    Si era pnsato anche di farne uno a Praga… da Antonin Liehm (“un giorno eleveranno a Ripellino nella città dorata un monumento: sarà uno dei tanti monumenti ai tanti grandi uomini che Praga, nella sua storia, ha spartito con il mondo, e il mondo con Praga”.

  • Anonimo

    Pasternàk affronta le poesie Venezia e Stazione con questi intenti:… mia preoccupazione costante era il contenuto, mio sogno costante era che la poesia in se contenesse qualcosa, un nuovo pensiero o una nuova immagine; che fosse incisa in ogni suo particolare all’interno del libro, che parlasse dalle sue pagine con tutto il suo silenzio e tutti i colori della sua nera stampa incolore. Ad esempio, scrivevo una poesia: Venezia; o un’altra :Stazione. La città sull’acqua mi stava…”, in Boris Pasternàk, Autobiografia, Feltrinelli 1967, p.67. La prima e terza citazione sono tratte da Il salvacondotto, op. cit. pp. 96 e 115. — La morte del Battista è collegata alla visione di morte che dà Venezia; la stessa gondola è vista come una bara nera eternamente galleggiante, che viaggia per la laguna e gli isolotti a spargere ovunque lutto, colori e miasmi nerastri. Pasternàk, come nota Ripellino, sfugge a una descrizione luttuosa, a questa nera malìa che attanagliava i poeti russi dell’800, quando si parlava di Venezia; perfino Mandel’štam soggiace a questo nero destino veneziano. Questa poesia invece inizia con barbagli di luce che maculano il paesaggio ancora avvolto nell’oscurità, ma il senso più attivo è l’udito, che prevale anche sulla vista. Il colore è invece tutto in subordine, affinché non prevalga la tradizione ottocentesca di una città lagunare funeraria da collegare poi ad una Pietroburgo egualmente miasmatica e colma di nera mestizia. Ma è davvero difficile per i poeti russi staccarsi dal colore nero che su questa città aleggia: in questi versi è il grido, dapprima tridente di scorpione e poi nera forchetta. Vedi qui, a p. 17, quanto ancora scrive Pasternàk su Venezia. Vedi anche nota 144, p. 37. ////////// Questa poesia non è presente nella edizione di Einaudi.|||||| Da non scordare il fortissimo legame affettivo di Josif Brodskij verso Venezia testimoniato
    dalllo splendido Fondamenta degli incurabili del 1989: e a Venezia nel cimitero di San Michele – zona protestante –volle essere seppellito.

  • Anonimo

    Pasternak si situa all’incrocio di due mondi, del mondo di prima porta alle estrme conseguenze le sue aporie e le sue magnifiche sorti progressive, del mondo di dopo porta la tristezza e la malinconia, al punto d’incontro di questi due mondi sprizzano scintille di semantemi e di significanti in una poesia di ubriacante bellezza. pasternak era prigioniero della bellezza. E questo è profondamente russo.

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